Howard Phillips Lovecraft
 
 
 
STORIA DEL NECRONOMICON
HISTORY OF THE "NECRONOMICON" (1927)
Il titolo originale dell'opera è Al Azif: "Azif" è l'allocuzione usata
dagli arabi per indicare gli strani suoni notturni (dovuti agli insetti)
che si supponevano essere l'ululato dei dèmoni.
L'autore è Abdul Alhazred, un poeta folle di Sanaa, capitale dello Yemen,
che si dice sia vissuto nel periodo dei Califfi Ommiadi, nell'ottavo
secolo dopo Cristo. Fece molti misteriosi pellegrinaggi fra le rovine di
Babilonia e le catacombe segrete di Memphis, e trascorse dieci anni in
completa solitudine nel grande deserto dell'Arabia meridionale, il Raba El
Khaliyeh, o "Spazio vuoto" degli arabi antichi, e Dahna, o "Deserto
cremisi" dei moderni, ritenuto dimora di spiriti maligni e mostri
mortiferi. Di questo deserto coloro che pretendono di averlo attraversato,
narrano molte storie strane ed incredibili meraviglie.
Nei suoi ultimi anni Alhazred abitò a Damasco, dove venne scritto Al Azif,
e del suo trapasso o scomparsa (nel 738 d.C.) si raccontano molti
particolari terribili e contraddittori. Riferisce Ibn Khallikan (un
biografo del dodicesimo secolo), che venne afferrato in pieno giorno da un
mostro invisibile e divorato in maniera agghiacciante di fronte ad un gran
numero di testimoni gelati dal terrore.
Anche la sua follia è oggetto di molti racconti. Egli affermava di aver
visitato la favolosa Irem, la Città dalla Mille Colonne, e di aver trovato
fra le rovine di un innominabile villaggio desertico le straordinarie
cronache ed i segreti di una razza più antica dell'umanità. Non seguiva la
religione musulmana, ma adorava delle Entità sconosciute che si chiamavano
Yog e Cthulhu.
Intorno all'anno 950, l'Al Azif, che era stato diffuso largamente, anche
se in segreto, tra i filosofi dell'epoca, venne clandestinamente tradotto
in greco dall'erudito bizantino Teodoro Fileta, col titolo Necronomicon,
cioè, letteralmente: "Libro delle leggi che governano i morti".
Per un secolo favorì innominabili esperienze, finché non venne soppresso e
bruciato intorno al 1050 dal vescovo Michele, patriarca di Costantinopoli.
Dopo di ciò il suo nome fu solo furtivamente sussurrato ma, nel tardo
Medioevo (1228), il danese Olaus Wormius ne fece una traduzione latina,
basata sulla versione greca di Fileta, che vide la stampa due volte: una
alla fine del quindicesimo secolo, in caratteri gotici (evidentemente in
Germania), e una nel diciassettesimo (probabilmente in Spagna).
Entrambe le edizioni sono prive di qualsiasi segno di identificazione, e
possono essere localizzate nel tempo e nello spazio solo in base a
considerazioni riguardanti il tipo di stampa.
L'opera, sia in latino che in greco, venne posta nell'Index Expurgatorius
sin dal 1232 da papa Gregorio IX, cui era stata mostrata la traduzione di
Wormius. A quell'epoca l'originale arabo era già andato perduto, come
mostra la prefazione alla prima versione latina (vi è tuttavia un vago
indizio secondo cui una copia segreta sarebbe apparsa a San Francisco in
questo secolo, e sarebbe andata distrutta nel famoso incendio del 1906).
Nessuna notizia si ebbe più della versione greca - che fu stampata in
Italia fra il 1560 e il 1570 - fino al resoconto del rogo cui fu
condannato nel 1692 un cittadino di Salem con la sua biblioteca. Una
traduzione in inglese fu fatta dal dottor John Dee intorno al 1580, non
venne mai stampata, ed esiste solo in alcuni frammenti ricavati dal
manoscritto originale.
Delle versioni latine attualmente esistenti, una (del quindicesimo secolo)
è custodita nel British Museum, mentre un'altra (del diciassettesimo
secolo) si trova nella Bibliothèque Nationale a Parigi. Altre edizioni del
diciassettesimo secolo sono nella Widener Library ad Harvard, nella
biblioteca della Miskatonic University ad Arkham e presso l'università di
Buenos Aires. Comunque esistono certamente numerose altre copie presso dei
privati, ed in proposito circola con insistenza la voce che un esemplare
del testo in caratteri gotici del quindicesimo secolo faccia parte della
collezione privata di un celebre miliardario americano.
Sembra anche che presso la famiglia Pickman di Boston sia presente una
copia del testo greco stampato in Italia nel sedicesimo secolo: se è vero,
questa è comunque certamente svanita insieme col pittore R. U. Pickman, di
cui si sono perse le tracce dal 1926.
Il libro è posto all'indice da tutte le religioni del mondo. La sua
lettura determina conseguenze terribili. Si dice che sia appunto da vaghe
notizie su quest'opera (della cui esistenza una ben piccola parte della
gente è al corrente), che lo scrittore R. W. Chambers abbia tratto lo
spunto per il suo celebre romanzo The King in Yellow, il cui filo
conduttore è un libro iniziatico la cui lettura provoca la follia.


In seguito alla diffusione di questo documento, numerosi scrittori ed
appassionati del fantastico contribuirono alla nascita della "leggenda del
Necronomicon", attraverso riferimenti, citazioni e, come nel caso di Colin
Wilson, libri presentati come estratti della versione in inglese del
Necronomicon.
Inutilmente lo stesso Lovecraft si affannò a spiegare nelle sue lettere
che tanto il sinistro volume quanto il suo folle autore non esistevano,
essendo solo frutto della sua fantasia: la maggior parte dei lettori
credette (e, a quanto pare, crede ancora) alla reale esistenza del testo
maledetto. In conclusione, attualmente il Necronomicon - libro immaginario
partorito dalla mente di Lovecraft - è un'opera la cui esistenza è da
molti data per certa. Con lo stesso titolo sono usciti, in diverse lingue,
numerosi centoni di carattere necromantico, mentre varie scuole esoteriche
evocano Cthulhu, Yog-Sothoth, Shub-Niggurath e compagni, impiegando ogni
genere di rituali.
Davvero, come sosteneva Paracelso, la fantasia è l'ingrediente principale
di qualsiasi operazione magica.